Storia Medievale
Dall’epoca in cui l’imperatore romano Costantino abbracciò la nuova fede (la liceità del cristianesimo venne sancita con l’Editto di Milano del 313 d.C.) sino alla caduta del santuario di Arkona (un importante centro religioso slavo situato sull’isola di Rügen, nel Mar Baltico, dedicato al dio Svantevit) nel 1168, una immensa area geografica distesa tra le sponde del Mediterraneo, le coste irlandesi e i litorali baltici rimase teatro di ancestrali tradizioni, dove la devozione si esprimeva ancora attraverso riti solenni e offerte sacrificali alle antiche divinità. Questo universo spirituale così proteiforme venne etichettato dai cristiani come «paganesimo» e tramandato attraverso cronache spesso frammentarie o ambigue, sospese tra un profondo senso di riprovazione e una sottile attrazione per l’ignoto. Si tratta di indizi tenui che ci trasportano verso orizzonti remoti, dalle periferie dimenticate dei grandi imperi alle selve più impenetrabili e agli specchi d’acqua cerimoniali, spingendosi sino ai territori selvaggi dove la scrittura non era ancora giunta a fissare la memoria. Grazie a queste scarse ma significative prove, riusciamo oggi a intravedere un mosaico di miti e usanze, dai falò rituali che ardevano nelle gelide notti invernali alle misteriose connessioni tra l’immaginario femminile, i cicli lunari e la natura ferina, sino ai violenti omaggi tributati nelle torbiere settentrionali a entità come l’oscuro Wodan o a schiere di idoli dai nomi ormai perduti. Il nuovo volume di Francesco Borri (docente di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari Venezia), Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200) (Carocci Editore, pp. 456, €42,00, collana Frecce), ci conduce così in un’esplorazione di questa civiltà sommersa, una dimensione tenebrosa che tuttavia riemerge attraverso piccole e folgoranti tracce di un passato ancora capace di emanare un fascino magnetico.

Tradizione classica e cultura moderna
Il mondo antico riaffiora costantemente nei luoghi più impensabili della nostra quotidianità superando i confini del diritto o della filosofia per manifestarsi con vigore nelle denominazioni dei club calcistici e nelle creazioni dell’alta moda, così come nel flusso ininterrotto della comunicazione digitale e negli universi virtuali dei videogiochi. Questa eredità classica si insinua con naturalezza nei messaggi pubblicitari e nelle nuove espressioni linguistiche, arrivando addirittura ad influenzare il ritmo della musica rock e a popolare l’immaginario di fumetti e produzioni televisive d’animazione. Persino le forme d’arte più consolidate, dal teatro alla cinematografia fino alla danza e alla letteratura, ne traggono ispirazione, per spingersi verso territori d’avanguardia in un dialogo che viene approfondito nel nuovo volume, a cura di Tommaso Braccini (docente ordinario di Filologia greca e latina all’Università degli Studi di Siena), Classico attuale. L’antico nella cultura contemporanea (Carocci Editore, pp. 316, €28,00, collana Frecce). Il risultato è un percorso affascinante che analizza come l’antichità si rifletta nella cultura di massa offrendo al contempo una preziosa guida per scoprire letture e ascolti inediti che permettano di riscoprire il valore dei classici nella società contemporanea.

Lingue e letterature romanze e medievali
Il nuovo volume, a cura di Stefano Rapisarda (docente di ordinario di Filologia romanza all’Università di Catania e Distinguished Fellow alla Hebrew University of Jerusalem), Filologia del Mediterraneo medievale. Incontri e scontri fra testi, lingue e culture (Carocci Editore, pp. 460, €44,00, collana Studi Superiori), indaga le fitte trame di scambi culturali che hanno plasmato il medioevo Mediterraneo tra l’antichità e l’epoca moderna, ponendo interrogativi cruciali, ad esempio, sulle radici orientali della metrica romanza, sulle affinità tra la mistica amorosa occitanica e quella araba e sui possibili punti di contatto tra le tradizioni epiche occidentali e quelle giudaiche. Attraverso l’analisi di fenomeni emblematici, come l’uso della lingua greca nelle sottoscrizioni dei sovrani normanni o la possibile influenza della lirica siculo–araba sulla scuola poetica di Federico II di Svevia (1194-1250), il saggio esplora le motivazioni politiche e religiose dietro le prime versioni latine del Corano e quelle arabe della Bibbia, cercando di definire il reale grado di «bilinguismo» dell’Europa cristiana e gli orizzonti letterari dei crociati in Oriente. In questo vasto scenario che congiunge centri nevralgici come Siviglia, Gerusalemme e Costantinopoli, le lingue classiche e volgari si intrecciano in un dialogo costante che supera la rigida divisione in ceppi linguistici isolati. Ne emerge una proposta metodologica rivoluzionaria per la filologia romanza che, invece di concentrarsi su astratte genealogie genetiche, privilegia lo studio delle interferenze tra civiltà in contesti geografici e storici condivisi, delineando così un canone disciplinare inedito e dinamico capace di riflettere la complessità di una cultura nata dall’incontro e dal confronto tra mondi diversi.

Buone Letture!

